Il mio personale duello per l'oscar di miglior disco dell'anno si è disputato tra due lavori molto diversi tra loro: l'omonimo Pearl Jam, compatto ed incisivo, e la rilettura delle canzoni della tradizione americana da parte di Springsteen. Duello vinto da quest'ultimo, capace di evocare atmosfere polverose di più di cent'anni fa e far rivivere personaggi sanguigni come John Henry, Jesse James e Mrs. McGrath. Voti alti anche per i Primal Scream ed i Flaming Lips; mai un titolo (Riot City Blues) ha incarnato alla perfezione quello che sarà l'album di Bobby Gillespie & co., mentre la band di Oklahoma City del folle nonchè lucidissimo Wayne Coyne ha piazzato uno dei suoi lavori migliori, visionario e caleidoscopico. Ottime conferme anche dai Muse, da Starlight a Knights Of Cydonia, il loro viaggio spaziale qualitativamente non ha nulla da invidiare all'odissea di Kubrick.
E' stato quindi un 2006 ricco di qualità ma anche di interessanti esperimenti, come il duetto Campbell-Lanegan. Latte e whiskey, marzapane e tabacco, mai così distanti il crooner e l'amorino ma Ballad Of The Broken Seas è davvero un gioiello. E' arduo nell' immaginario collettivo comprendere come Bob Dylan riesca ancora oggi a "editare" dei dischi, ancora più difficile capire come facciano ad essere gran bei dischi, Modern Times (32° album in carriera!) è classico e spumeggiante allo stesso tempo. Felicitazioni per i Mudhoney, (vale, anche se in piccolo, il discorso di Dylan: è cambiata una generazione ma Under A Billion Suns suona come una Touch Me I'm Sick perfettamente inserita ai giorni nostri), e per gli Strokes, finalmente coraggiosi nel cambiare qualcosina nel loro percorso. Delusioni cocenti per Placebo (disco "carino" ma non è sicuramente quello che si chiede ai Placebo) e Red Hot Chili Peppers, oscar vinto per la copertina più orrenda dell'anno.
Gli italiani: rispetto all'anno scorso meno carne al fuoco, anche se non sono mancate liete sorprese. Come l'album in inglese degli Afterhours, che unisce agli ottimi spunti dell'originale quell'internazionalità dal quale avevano cominciato nei primi novanta, o l'incredibile lavoro di Capossela, 1/3 Julian Cope, 1/3 Buscaglione, 1/3 Bacco e visioni quanto basta. Bene i Julie's Haircut, la sempreverde Carmen Consoli e l'istrionico Caparezza.
Aspettando i Radiohead l'anno prossimo, l'ultimo flash nella mia memoria è dedicato agli Eels: anche se non si sono aggiudicati l'oscar del miglior live, l'esecuzione a Ferrara di Railroad Man vince senza ombra di dubbio il mio personalissimo oscar di momento live più intenso dell'anno. (F.B.)