Evan Dando
Magnolia (Milano)
15/11/09
di Philip Di Salvo
Fuori dal circolo Magnolia c’è una Mercedes parcheggiata sotto la pioggia. Ha tutta l’aria di essere una macchina presa a nolo. E’ la macchina con cui Evan Dando e Chris Brokaw stanno girando l’Europa per questo tour. Voci ben informate dicono che a guidare sia Brokaw, mentre Dando si occupa di mappe e navigatore. Dando e Brokaw, oltre che collaboratori, sono amici di lunga data e anche per questo tour, che Dando porta avanti in solitudine, per promuovere
Varshons, il disco di cover uscito a nome Lemonheads qualche mese fa, Dando ha deciso di avere l’amico Brokaw (ex Codeine e Come) come spalla. La serata ha tutta l’aria di essere per pochi intimi sopravvissuti amanti del rock indipendente americano di quindici e più anni fa. Sul Magnolia si estende una fitta foschia d’inizio inverno, i presenti non sono più di una cinquantina e hanno l’aria di conoscersi tutti. Facce già viste, vissuti comuni. Anche i
Green Like July (band milanese che ha registrato il suo nuovo album negli USA nel giro Saddle Creek), nome incaricato dell’apertura della serata, è un viso già noto. Di solito sul palco come gruppo, questa sera la scena è tutta per il loro cantante in solitaria. Confermano quanto di buono già sapevamo sul loro conto, dimostrando capacità di scrittura e gusto invidiabili anche in questa veste più raccolta. Poi sale sul palco Brokaw che fino a qualche minuto prima era al banchetto del merchandising a vendere i suoi dischi, salutando tutti i presenti, come se fosse un cliente fisso del bar del Magnolia. Il suo set sa di cose semplici e oneste: una voce (tra le preferite di chi scrive) e una chitarra elettrica tanto umili quanto sufficienti. Brokaw e il suo curriculum da eroe indie americano con un set intimo e amichevole ci invitano a riscoprire i Codeine, i Come, i Bedhead e le mille altre cose che Brokaw ha prodotto. Evan Dando prende il posto dell’amico quasi chiedendogli scusa. Ha solo una chitarra acustica su cui ha attaccato le foto delle cose più care che ha. Ha una maglietta impresentabile sotto uno smoking portato come una tuta. Dev’essere il 1996. Pensi ad Evan Dando come a uno che dieci anni fa sembrava destinato a diventare uno davvero grosso, uno veramente famoso: i Lemonheads quasi pronti a fare il salto vero e ad andare a prendersi i Nirvana nell’immaginario di un decennio. Ti ricordi che per qualche tempo Evan Dando sembrava destinato a sfondare veramente e a essere un fenomeno importante. Invece poi te lo ritrovi davanti a trentasette persone alle porte di Milano a fare vero amarcord di quando era più giovane e più bello. Anche se è uno stronzo in fin dei conti gli vuoi bene. Ha scritto delle canzoni clamorose e pubblicato dei dischi che le tenevano insieme. Per molte persone che conosci è dio in terra o poco meno. Dando fa scorrere il suo songbook passando per i Lemonheads, il suo
Baby I’m bored, qualche cover. Sono tutte belle. Il clima della serata sembra quello di una festa dove a suonare è il gruppo dei tuoi amici. Dando non si dimentica di nessuno e a ognuno regala la canzone più attesa, nessuno escluso. Più o meno una canzone a testa: forse li conosce tutti anche lui.