Autechre
Magnolia (Milano)
25/3/10
di Philip Di Salvo
Difficile recensire un set come quello degli
Autechre nel loro concerto milanese. Impossibile analizzarlo un pezzo alla volta, scomporlo, selezionarne dei momenti rispetto ad altri. Senza senso evidenziare i brani suonati, lodarne certi, stroncarne altri. Folle, nel 2010, lanciarsi in una dissertazione tra le differenze tra
Amber e
Incunabula.
Oversteps è da poco uscito e ci ha mostrato degli Autechre alla summa tra quei due momenti della loro carriera che così tanto ha diviso lo zoccolo duro dei loro fan. Gli
Autechre di oggi con più di vent’anni di vita trascorsa a far musica sembrano perfettamente pacificati rispetto alla loro formula sonora, né di qua né di là.
Oversteps dice esattamente questo. Il set di Milano ha detto la stessa cosa. Una stanza vuota, senza ammennicoli, ma affollata e buia: immaginate così il Magnolia. Stipato di persone, completamente all’oscuro (nessun genere di luci né visual previsti) e spoglio. Potrebbe essere il contesto migliore in cui fruire un set come quello che gli
Autechre offriranno. Attaccano all’improvviso: li riconosciamo sul palco per il semplice fatto di essere due, non li vedremo mai in faccia. Nessun saluto, nessuna parola. Tutto in stile
Autechre. Il set sarà strano, sorprendente nella misura in cui non lo aspettavamo così. Sarà un set continuo di un’ora e più di durata, senza pause né momenti per tirare il fiato. Sarà un set ossessivo, fatto di cassa e alcuni momenti di tecnica sopraffina. Poche concessioni al beat, quasi nessuna all’aspetto “melodico” di
Amber. Un flusso in cui completamente chiudersi, non perdersi, chiudersi: come appunto ci si chiuderebbe in una stanza buia e affollata. Non tutto sarà eccelso: alcuni momenti del set si dimostreranno di difficile fruizione, troppo ingarbugliati, eccessivamente ermetici. Ma come si diceva in apertura è la summa del tutto a fare gli
Autechre e alla presentazione del conto la certezza che rimane è quella di aver assistito alla mimesi di veri e propri maestri dell’elettronica contemporanea, i punti di riferimento per chiunque voglia approcciarsi al genere da un punto di vista “scientifico”, di ricerca. In certi passaggi il pubblico rimane a bocca aperta per quello che sta ascoltando tanto è complesso e stratificato l’intreccio di trame fatto risuonare. Non ha pagato di sicuro la scelta di escludere completamente l’aspetto visivo: qualche momento di eccessiva non-comunicabilità sarebbe apparso più chiaro, più
aperto, se sorretto da un supporto video. Dopo una quarantina di minuti passata a occhi chiusi si riaprono questi ultimi con una sensazione come di spaesamento, di stanchezza cronica. Il concerto è stato spossante, ma appagante, come la stanchezza dei giusti. Gli
Autechre per dove sono arrivati oggi sono questo, difficili, complessi, estranei a ogni possibilità di compromesso. Da prendere un poco alla volta, nella summa totale di una proposta in tutto e per tutto
torrenziale. Chi non fosse disposto a chiudersi in questo flusso di elettricità può tornare a
Amber e
Incunabula e fare la conta del “mi piace” e del “non mi piace”. Noi chiudiamo gli occhi, ogni tanto ci fermiamo. E’ il 2010. E loro restano gli
Autechre.