San Miguel Primavera Sound Festival
Forum (Barcellona)
27/5/10
di Philip Di Salvo
Sinceritat i coherència, singularitat i emoció: basterebbero quattro parole nell'introduzione al libro che ogni anno racchiude tutti i gruppi che hanno preso parte al Primavera Sound Festival di Barcellona per raccontare quesi tre giorni. Sincerità nell'approccio, coerenza nelle scelte, originalità nella formula, emozione da provare arrivando, restandoci, tornando a casa. Il Primavera ha compiuto dieci anni davanti a centomila persone (record assoluto di presenze) accorse a celebrarne il compleanno, per confermare ancora una volta come quello catalano sia, in poche parole, il miglior festival del mondo. Il Primavera è il festival che potrebbe organizzare il tuo migliore amico per farti un regalo chiamando a suonare i tuoi gruppi preferiti; è il festival di una metropoli intera, Barcellona, che per tre giorni si fa amorevolmente invadere da un esercito di appassionati provenienti da tutto il mondo che girano per il Raval con le loro maglie rock in cerca di vinili a Tallers; è il festival dove devi decidere sul momento se andare a vedere i
Pavement o i
Mission Of Burma; è il festival fatto da appassionati di musica illuminati per appassionati di musica di ogni genere ed è il festival che ogni anno porta a suonare il meglio della musica contemporanea. Correndo da un palco all'altro per tre giorni, mangiando poco e male, dormendo poco e male questo è stato per la quinta volta il nostro festival. Sincero, coerente, originale, emozionante.
Il primo giorno si apre con i
Bis sul mainstage che ci ricordano come gli anni 90 siano stati meravigliosi: non sono mai stati dei fenomeni ma iniziare con i brani di
Social dancing ci butta subito in clima festival. Gli oscuri
Sic Alps poco dopo condensano la loro psichedelia frammentaria in un flusso infinito di distorsioni e ripartenze rapendoci fino alla fine del loro set. Gli
Wave Pictures, invece, subiscono moltissimo lo stare su un palco troppo più grande di loro e non riescono a scaldare la folla sotto di loro. I
Fall confermano quanto di ottimo avevano già fatto sullo stesso palco nel 2007: concerto tirato su ritmi alti e Mark E. Smith statuario e immobile che inanella in un incomprensibile borbottare vecchi classici e brani dai più recenti, ma comunque ottimi
Reformation post TLC e
Your future our clutter. Gli
xx, tra i più attesi in assoluto a giudicare dal mare di gente riversatosi sotto il palco Rayban per il loro set, sono la band più improbabile da immaginare a scaldare il pubblico di un grande festival a inizio serata: la loro formula è decisamente più adatta a contesti più raccolti e le atmosfere avvolgenti del loro esordio si perdono un po' nell'effetto arena. I
Tortoise sotto un filo di pioggia regaleranno invece uno dei momenti più belli del festival con un concerto perfetto e pieno di groove fornito dalle due batterie, fatto di un tessuto ingarbugliatissimo di suoni, perfezione di esecuzione e un lato quasi ballabile che mai avremmo immaginato. Il concerto della band di
John McEntire rimarrà uno dei più belli dell'intero festival, insieme a quello poco precedente degli eroici
Superchunk. Mac McCaughan e soci sono sul mainstage: rappresentano un mondo bellissimo dove la loro band riempe gli stadi. Sarà un concerto di grande cuore, tiratissimo e senza un velo di malinconia: l'ottima
Learned to surf, tratta dall'ep dello scorso anno, è presentata come assaggio di un nuovo disco d'imminente uscita; i Superchunk sono una band in attività a tutti gli effetti e su palco tirano fuori dal meglio degli anni 90 un concerto rock con i fiocchi. I
Big Pink hanno nel loro destino il diventare delle rock star: lo si capisce da come si muovono sul palco, da come salutano il pubblico (adorante). Concediamo loro poco tempo, ma il duo britannico, autore di un esordio notevolissimo, subisce un palco troppo piccolo per i numeri che hanno raggiunto e nonostante l'effetto Hacienda del Pitchfork, i suoni dei Big Pink sono tutt'altro che cristallini. Allo scoccare dell'una di notte si manifesta per la prima volta il dramma della scelta: da un lato i
Mission Of Burma, dall'altro i
Pavement. Concediamo l'intero set ai primi, avendo assistito al glorioso concerto bolognese dei secondi giusto quarantotto ore prima, preparandoci a una corsa folle verso il mainstage. I
Mission Of Burma scaldano il cuore dei pochi che hanno scelto loro e non Stephen Malkmus. Il concerto soffre però la freddezza del contesto e una certa stanchezza della band, ma ad uno dei più geniale terzetti degli ultimi trent'anni è davvero difficile trovar qualche difetto evidente, pur dovendo ammettere che il set del 2008 rimane di un altra caratura. Quando raggiungiamo il mainstage i
Pavement sono all'apice della loro apoteosi, stanno suonando
We dance e siamo al gran finale. La band è in forma smagliante, il pubblico è ai loro piedi e davvero pochi possono permettersi di suonare in successione cose quali
Stereo,
Here,
Range life,
Gold sound e
Shady lane così, come se nient'altro fosse. Si potrebbe discutere se li abbiamo apprezzati maggiormente indoor o all'aperto, ma che senso avrebbe? I Pavement sono stati qualcosa di grande e la loro reunion sarà ricordata come una delle più riuscite, soprattutto per l'effetto "comunitario" che ha saputo creare. I
Fuck Buttons tornano al Primavera con un nuovo disco e una parziale nuova identità: il segno lasciato da
Tarot sport è grande e i
Fuck Buttons sono ora una band ancora più trance, ancora più disurbante, ancora più cristallina. Anche il loro concerto sarà certamente uno dei più memorabili della tre giorni e lascerà ricordo della sua potenza ben oltre la sua fine, offuscando completamente i
Moderat che non ci convincono: ritmi troppo bassi ed effetto "già sentito" troppo evidente.
Venerdì il festival si apre per noi all'Auditori, una sala da concerto da 3200 posti a sedere, parte del complesso del Forum che accoglie il Primavera Sound. Qui ogni anno si tengono i concerti più adatti a una dimensione più raccolta. Ad aspettarci c'è
Hope Sandoval con i suoi
Warm Intentions, compreso l'inconfondibile
Colm O'Ciosoig dei My Bloody Valentine alla batteria, che con loro collabora dal 2000. Il live rispecchierà fedelmente i pregi e i difetti della produzione post-Mazzy Star della Sandoval: atmosfere uniche, voce incredibile, ma una certa ripetitività. Pur arricchito da visuals curatissimi, alla lunga il concerto perderà il fascino dei primi minuti, diventando fin tropo prevedibile. Discorso simile per
Scout Niblett sul palco ATP: ok nei brani per chitarra, difficilmente sostenibile alla lunga durante i suoi monologhi alla batteria. I
Beak> di Geoff Barrow erano uno dei nomi più attesi del cartellone per via delle numerose aspettative generate dall'esordio assolutamente convincente: anche su palco non deluderanno, proponendo un set di propulsione krauta ipnotico e trascinante. Sul palco Vice vanno invece in scena gli
Yo La Tengo sotto le mentite spoglie dei
Condo Fucks, progetto parallelo per cui nel 2009 hanno fatto uscire
Fuckbook, un disco di cover garage (Ray Davies, Richard Hell) senza infamia e senza lode. Su palco sarà divertente vedere un gruppo affermato e storicizzato come gli Yo La Tengo giocare con la propria identità, ma la resa del tutto ha più l'aria di essere più un divertissement che altro. Gli
Wire partono abbastanza in sordina, ma quando iniziano a mettere in fila una serie di classici, a cominciare da
Two people in a room mancante dalle loro scalette almeno da tre tour, scatenano a dir poco gli entusiasmi del pubblico, che risponde con un pogo educato ma sincero: la classe degli Wire è tale che Colin Newman e soci potrebbero suonare per due ore b-sides riuscendo comunque a convincerci ogni volta. Quando arriviamo gli
Wilco stanno suonando
A shot in the arm e il loro ha tutta l'aria di essere il solito ottimo concerto degli Wilco, ormai presenza frequente al Primavera Sound. Pur non essendo mai riuscita a replicare in anni recenti i fasti di inizio decennio, la band di
Jeff Tweedy si è ormai ritagliata un posto nello scenario contemporaneo di assoluto primo piano: sono ormai dei big e degli headliner del festival e qualche pezzo, anche se da lontano, glielo si deve sempre. Mentre siamo ad ascoltare gli Wilco dal palco Pitchfork arrivano improvvise bordate di distorsione: sono gli
Japandroids che fomentano da lontano il nostro animo noise. Non facciamo nulla per resistere, devo ammetterlo, e salutiamo Jeff Tweedy. Gli
Japandroids sono in due, ma fanno un casino impressionante: batteria, voce piena di echi, chitarra distorta in ogni modo e volumi assurdi. Ci sono tutti gli ingredienti per il concerto perfetto e difatti quello del duo di Vancouver sarà uno dei più esaltanti della tre giorni, sicuramente il migliore tra i gruppi "nuovi". E' mezzanotte passata e sua maestà
Steve Albini sale per la quarta volta in cinque anni su un palco del Primavera Sound Festival. Se si esclude il glorioso primo concerto nel 2006 dentro l'auditori, quello dell'edizione 2010 sarà forse ricordato come il miglior set degli Shellac al Primavera: qualche pezzo nuovo, alcuni ripescaggi da
Terraform, una
Prayer to god impressionante e i suoni che nessuna band al mondo ha mai avuto. Nessuna, mai. I
Pixies sul mainstage invece generano più perplessità che entusiasmi: sono in giro dal 2004, anno dell'ufficializzazione della loro reunion e in sei anni il loro concerto non è cambiato di una virgola e se è possibile ha perso parecchio smalto. Certo, fa sempre piacere ascoltare quei brani e i momenti di gioia collettiva sono sempre un toccasana per la vita, ma l'esperienza
Pixies nel 2000 necessita di nuova linfa, altrimenti il rischio baraccone è dietro l'angolo: un nuovo disco (ok, magari anche no) oppure grazie mille, davvero, di tutto. A vedere gli
Yeasayer alle 2 e 30 di notte su uno dei palchi più piccoli (scelta azzardata, come già per i
Big Pink) c'è talmente tanta gente che è impossibile avvicinarsi a sufficienza per avere un'idea di quello che stia avvenendo sul palco. Aspettiamo quindi
Diplo e ci buttiamo sul dancefloor, fino a che non ci mandano via.
Michael Rother dei
Neu! insieme a
Steve Shelley dei Sonic Youth e
Aaron Mullan dei Tall Firs aprono il nostro terzo giorno di festival. Ti accorgi di quanto i
Neu!, di cui i signori qui sopra stanno suonando il repertorio, siano stati fondamentali quando di fianco a te un Graham Lewis degli Wire te lo dice apertamente, impazzendo di gioia come un ragazzino al suo primo concerto non appena si fanno sentire le note di
Hallogallo. Sarà un concerto memorabile, quello di Rother & Friends, ma per sempre macchiato dal fatto che nel medesimo momento, dentro all'auditori, sul palco vi fosse un certo
Van Dyke Parks. Le redidive
Slits, della cui formazione originaria restano solo due elementi, rischiano di essere la cosa peggiore vista al festival quest'anno: patacche reggae, senilità incompatibile con lo spirito degli esordi, un nuovo disco in arrivo. Divertenti forse perchè tragicomiche, non bastano due brani da
Cut per salvarle. Di
Florence + The Machine, lo ammettiamo, aspettavamo solo il "singolone"
You've got the love, ma il singolone non arriva in tempo mentre i
Polvo, invece, sì. Anche il concerto dei
Polvo sarà gloria pura: aperto e chiuso dai brani migliori di
In Prism,
Right the relation e
Beggar's bowl, racchiuderà alcuni momenti eccellenti da
Today's active lifestyles ed
Exploded drawing. Suoni perfetti, rigore e un repertorio spaventoso, faranno del live dei Polvo uno dei migliori dell'intero cartellone, un concerto nettamente superiore a quello di due anni fa, macchiato invece da un'eccessiva freddezza. I
Built To Spill dovevano invece riscattare il disastroso concerto del 2007: in quell'occasione furono funestati da problemi tecnici di ogni genere, litigi con il fonico e voci solo nelle spie; tiriamo quindi un grosso sospiro di sollievo quando tutto inizia a funzionare perfettamente. Per quanto
Doug Martsch ce la metta tutta per snervare i tecnici con continue richieste, scazzato e malmostoso come da tradizione, il concerto sarà entusiasmante:
You were wrong,
Going against your mind e
In the morning sono d'altronde i brani che sono e i
Built To Spill una live band tonicissima, per quanto paranoica. Ai
Liquid Liquid va quasi certamente la palma di miglior concerto del festival: ritmi altissimi, mood gioioso e nessuno può restare fermo. Trascinanti come nessun altro, la band newyorkese, usando giusto qualche percussione e poco altro, ha fatto ballare tutti i presenti per un'ora, senza un attimo di sosta.
Optimo è l'apoteosi finale,
Cavern la voglia di diventare amici di tutti i presenti. Ai
Pet Shop Boys spetta l'ingrato compito di prendersi tutte le bordate snob del pubblico e dei tuoi amici per tre giorni, ma poi puntualmente ritrovi tutti sotto il palco a cantare
Go west, tutti felici con le braccia al cielo. Quello dei
Pet Shop Boys sarà uno SHOW multimediale divertentissimo e curato cui da questo punto di vista non si può davvero di nulla. Alle due di notte ci facciamo bombardare dai drones di
Ben Frost mentre aspettiamo che gli
Orbital completino l'opera. Con
Satan si apre la celebrazione di uno dei più grandi nomi dell'elettronica degli anni '90. Sarà un gran set: lungo a sufficienza, potente, arricchito da visuals curati e adatti. Il beat proseguirà alto per tutta la durata del concerto, fino a una
Vista trionfale. Stiamo ancora ballando, quando raggiungiamo per l'ultima volta il palco Pitchfork per il live di chiusura con
Fake Blood e sempre ballando, raggiungiamo la metro mentre sorge il sole.