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INTERVISTE

ALEX ROGGIERO, “ SULLA STRADA “
(di GIULIO BIANCHI e GIULIANA BORDIN)



Il mito del viaggio attraverso l’America, consacrato dalle pagine di Steinbeck e Kerouack, dalle ballate di Woody Guthrie e del primo Dylan, rivive nel libro di Alex Roggiero, un giovane scrittore e reporter italiano residente a Londra . “La corsa del levriero” è l’appassionato resoconto di un viaggio di quindicimila chilometri lungo le interminabili autostrade dell’Est e le strade sterrate dell'Ovest a bordo del ''levriero'', l’autobus che per gli Americani degli anni trenta e quaranta era il simbolo del progresso e dell'avventura.
Alex raccoglie gli ultimi bagliori di una leggenda oramai agli sgoccioli, descrive le vecchie stazioni in art deco, i motels di provincia e gli ultimi frammenti delle Route 66, ma riporta anche le testimonianze di un’umanità dimenticata; attraversare ora l’America in autobus significa infatti entrare in contatto con un universo di emarginati e disperati ancora costretti a macinare chilometri sul backtop.
La sua passione per il viaggio e l’acutezza di osservatore traspaiono anche dall’intervista che ci ha rilasciato.

D - Da Kerouac a Bill Bryson l’America è sempre stata la terra dei grandi viaggi per antonomasia. E’ difficile scrivere qualcosa sugli States che non sia già stato detto?
R - E’ vero che sull’America si è scritto molto, così come di altri luoghi famosi, ma penso che la diversità stia nell’approccio di chi parla o scrive. Se un luogo è visto in modo personale, anche se le informazioni possono sembrare inevitabilmente simili, ciascuno lo presenterà con un’ottica e sfumature diverse.

D - Hai letto molti libri? Cosa pensi dello scrittore William Least Heat Moon e della sua filosofia di viaggio: soffermarsi sul particolare, sulla gente comune, sulla vita di tutti i giorni?
R - Sì, ho letto parecchio, anche se non apprezzo allo stesso modo tutti gli autori di libri di viaggio. “ Strade blu “ di Least Heat Moon è un libro che ho amato molto , non tanto per il suo stile, ma per la filosofia di viaggio, che anch’io condivido. Come in “ Strade blu”, ne “ La corsa del levriero “ anch’io cerco di comunicare il piacere di arrivare in un luogo senza sapere nulla, il piacere di perdersi, di scoprire qualcosa che non ci si aspettava. Ad esempio,quando ho visto per la prima volta le piramidi, erano esattamente come me l’aspettavo e mi sono chiesto come doveva essere straordinaria l’esperienza dei primi Europei che le hanno scoperte.

D - Secondo te quanto è rimasto dello spirito della frontiera, dell’avventura, della voglia di viaggiare negli Americani?
R - Secondo me,molto poco. L’Americano medio non è propriamente un viaggiatore,in particolare non ama spostarsi all’estero , come dimostra il fatto che solo il 5% ha il passaporto.La maggioranza degli Americani viaggia all’interno dell’America in modo autonomo, ma molto organizzato, facendo ad esempio parecchie ricerche su internet prima della partenza. L’improvvisazione, la mancanza di una meta, il lasciarsi trasportare dalla casualità non fanno parte della mentalità statunitense.Gli Americani sono molto inquadrati e lo spirito kerouakiano esiste ormai soltanto in fasce di persone emarginate e a volte disperate che si incontrano viaggiando sui greyhounds.

D - Qual è l’aspetto che ti interessa maggiormente in un viaggio o che cogli subito: la gente, la natura, la storia dei luoghi che visiti?
R - Io ho iniziato come fotografo e questo ha influito nell’indirizzare la mia sensibilità verso determinati soggetti. Ne “ La corsa del levriero” ad esempio presento l’incontro con un ragazzo cieco, che però è un grandissimo viaggiatore.Questo mi ha colpito perché le immagini per me sono molto importanti. Sono molto attratto dalle persone e dalla loro storia e la fotografia mi ha permesso di avvicinarle nonostante la mia timidezza. La fotografia e il viaggio in solitario ti spingono ad avvicinarti alla gente del posto, anziché condividere le opinioni con chi ti sta vicino.

D - Secondo te questa abitudine a guardare dentro l’obbiettivo quanto influisce sulla tua capacità di osservare la realtà e di cogliere gli aspetti che metti in luce nei tuoi libri?
R - Influisce molto e si riflette anche nei miei libri. Nella fotografia si cerca di cogliere un particolare come simbolo di una realtà più ampia, così ,quando nella scrittura si racconta solo un aspetto per rievocare una situazione più complessa, si usa un procedimento quasi fotografico.

D - Meglio con la macchina o senza la macchina fotografica?
R - Dal mio punto di vista, se devo scrivere un libro, è importante viaggiare magari con la macchina fotografica, ma non con un incarico specifico, quindi con la possibilità di fotografare quello che voglio.
Molto difficile è invece viaggiare per un servizio fotografico con l’obbligo di fotografare tutto, perchè devi concentrarti su quello e non puoi assaporare il resto. Cerco così di fare una distinzione tra il viaggio per un servizio fotografico e quello finalizzato alla stesura di un libro.
Devo riconoscere però che le foto aiutano a ricordare dei particolari che altrimenti verrebbero dimenticati.

D - Qual è la tua colonna sonora ideale per un viaggio negli States?
R - Joni Mitchell. Quando ero sulla Route 66 mi sentivo Nat King Cole, i Manattan Tranfer che cantavano “ Route 66”, gli Stones con una canzone dedicata proprio a questa strada, Lucinda Williams, i Dead. Le radio americane non sono granchè, sono meglio quelle britanniche. In Inghilterra c’è una radio stupenda che trasmette blues e jazz di grandissimo livello; in America viene trasmesso molto rock , ma di livello scadente. Negli U.S.A. ci sono stazioni radio interessanti per chi apprezza la musica country.

D - A proposito di Route 66, cos’è rimasto di quella strada?
R - Ho fatto sette viaggi sulla Route 66: il primo alla fine degli anni ’80, l’ultimo nel ’92 e ovviamente ho visto un cambiamento incredibile. La prima volta la strada non era ancora stata riscoperta dagli Americani, ma la stavano scoprendo gli Europei sulle orme di film come Paris Texas e Baghdad Café. Io ci sono capitato per caso. Avendo perso la strada ,mi sono trovato al 29 Pounds, un hotel malmesso in mezzo al deserto.Il proprietario mi ha riferito che lì avevano girato Baghdad Café e che quella era la Route 66,ma non era segnalata e non c’erano guide recenti che la indicavano. Durante il primo viaggio usavo infatti la guida di Jack Rittenau del 1944 e le cartine degli anni ’40. Quando sono tornato successivamente, erano state pubblicate delle guide che indicavano esattamente dov’era la vecchia strada; la Route 66, infatti, era stata riscoperta nel frattempo anche dagli Americani. Ora è un museo all’aperto; pezzi d’antiquariato sono ad esempio le vecchie insegne dei motel, che erano molto fantasiose e attualmente sono molto ricercate.


D - Tu hai scritto che le riserve indiane sono il luogo dell’America che preferisci. Perché?
R - Forse perché sono sicuramente i luoghi più esotici, poi perché sembra di arrivare a casa dei proprietari autentici e originali di questo paese. Secondo me a differenza degli Aborigeni, che non sono ancora arrivati a questa fase, gli Indiani hanno preso grande coscienza della loro identità. Durante l’intertribal meeting di Gallup, è stato favoloso vedere Indiani di tutte le tribù che pranzavano assieme presso El Rancho hotel, il vecchissimo albergo della città.
Moltissimi veterani americani sono indiani; questo per loro è un modo di continuare ad essere guerrieri.
Ho visto a Londra un film prodotto da nativi americani e rivolto agli stessi , che mi ha fatto capire molti aspetti di questo popolo: ad esempio ho scoperto uno spiccato senso dell’umorismo che solitamente non si nota. Trattano con autoironia anche problemi seri , che li riguardano da vicino, come quello dell’alcolismo.Il film ha vinto un premio al Festival del cinema di Londra; durante la premiazione, che non si aspettavano, hanno chiesto a noi del pubblico di alzarci in piedi, poi ci hanno fotografato. Le foto sarebbero state portate come prova, perché pensavano che al ritorno nella riserva non sarebbero stati creduti. Un’esperienza che descrivo nel mio libro è la scoperta casuale di un negozio di autentico artigianato indiano nella riserva navajo. E’ raggiungibile difficilmente, seguendo unicamente strade sterrate prive di segnalazione.
E’ stato molto interessante conoscere anche gli Indiani Micosukee in Florida. Sono ufficialmente ancora in guerra con gli States, infatti è l’unica tribù che non ha ancora firmato il trattato di pace e non accetta il sussidio di disoccupazione. Sono molto orgogliosi e, benché poverissimi, assolutamente liberi.

D - Hai poi scritto un libro sull’Australia. Che differenza riscontri con l’America? Trovi forse in Australia quella vicinanza con la natura che negli States non c’è più?
R - In America, quando si parla di spazi o di avventura, si rivive la storia del mito, in Australia il mito lo stanno vivendo ancora.


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