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LiveRock: tutti i concerti in Italia.
INTERVISTE

Wu Ming, Slightlymore than expected from a band of novelists
(di Simone Danieli, Michele Piunti)



In un decennio (..e più) drammaticamente povero di qualsiasi cosa, in una fase cruciale nella storia non solo di questo paese, si è deciso di spostare, per una volta, l’attenzione dal rock a chi, forse per raggiungere gli stessi luoghi, ha deciso di percorrere percorsi diversi.
Negli anni il progetto Wu Ming ha costantemente rappresentato il *fronte* : sfondamento culturale e intellettuale, lotta e scontro di idee e rappresentazioni. Le innovative posizioni sul copyright, gli esperimenti di scrittura collettiva, le newsletters (Giap e Nandropausa) e, non ultimi, i centinaia di incontri coi lettori, hanno reso il progetto di Riccardo Pedrini = Wu Ming 5, Federico Guglielmi = Wu Ming 4, Luca Di Meo = Wu Ming 3, Giovanni Cattabriga = Wu Ming 2, Roberto Bui = Wu Ming 1, ciò che oggi è, di qualunque cosa si tratti.


LR: Dai vostri articoli e interventi emerge un progetto ben preciso di guerriglia culturale (e politica,), echeggiato anche dai protagonisti dei vostri romanzi, sempre dei rivoltosi: quali sono le strategie di questa guerriglia? Si possono prevedere mosse future? Quali sono le battaglie più importanti in questo momento?
WM2.Non è un caso se la nostra newsletter porta il nome di Giap, il generale vietnamita che sconfisse francesi e americani. Noi stessi abbiamo ribattezzato “Dien Bien Q” l’operazione che portò Luther Blissett a pubblicare un romanzo storico di 600 pagine per Einaudi Stile Libero. Facciamo affidamento sugli stessi capisaldi che portarono all’indipendenza dell’Indocina. Forte legame con la comunità: rete di rifugi, ospedali sotterranei, rifornimenti garantiti; azioni di sabotaggio secondo il modello della tigre che fiacca l’elefante a forza di piccole unghiate; grandi offensive spettacolari per sedersi al tavolo delle trattative. Le battaglie più urgenti, in questi tempi urgentissimi, mi sembrano quattro e tutte meriterebbero pagine di disquisizioni: difendere la salute del Pianeta con ogni mezzo (a partire dalla decrescita della produzione), combattere la proprietà intellettuale come crimine contro l’umanità, pretendere dignità e diritti nel campo del lavoro, della migrazione e della famiglia; opporsi alla Guerra e alle sue mistificazioni. A livello nazionale, direi che la priorità è liberarsi di B*******, ma a quanto pare, ci riesce piuttosto bene anche da solo.

WM3. La guerriglia, intesa come insieme di tattiche e strategie volte a creare sorpresa, spiazzamento e a portare lo scompiglio tra le fila avversarie è da sempre stata la risorsa dei senza risorse (materiali). Prima ancora che di un insieme di pratiche ben definite si tratta di un’attitudine mentale, che nasce dal dover fare di necessità virtù. Va ricordato che ogni guerriglia è sempre locale, nel senso che si applica a un singolo territorio e alle sue peculiari caratteristiche. E’ molto difficile che l’applicazione astratta di tecniche prelevate da altri territori e soggettività possa realizzare successi significativi. L’Iraq non è il Vietnam, i quotidiani cartacei non sono Internet. Dunque, la conoscenza dettagliata del territorio di riferimento, e l’internità a esso, sono il presupposto basilare per l’elaborazione di tecniche efficaci. Dove non si arriva con i cingolati e l’aviazione, si arriva con l’intelligenza, il consenso e la credibilità. Niente di nuovo, sia chiaro, si tratta di qualcosa di profondamente archetipico. Sono Davide, Ulisse, Sun Tzi a insegnarcelo, mica Al Zarqawi. E anche, ahinoi, la morte del Che in Bolivia.Venendo a noi, i temi della condivisione della conoscenza, di creazione di comunità meticcie e di sensibilità verso le questioni ambientali ci appaiono strategiche, non aggirabili, veri nodi della convivenza dei decenni futuri. Battaglie come quella del copyleft o della carta ecologica hanno senso solo in quest’ottica, illuminate dalla prospettiva, non solo simbolica, delle tematiche che le presiedono a monte. Lo stesso vale per lo specifico di narratori che ci siamo scelti. Lo abbiamo ripetuto in tutte le salse: narrare E’ fare comunità. O almeno provarci. Rispetto agli strumenti utilizzati, è chiaro che privilegiamo quelli della rivoluzione informatica, -anche se i libri, formato quanto meno antico sono lì a dimostrare il contrario, o comunque il carattere di non esclusività,- per via di alcuni aspetti fondamentali che meritano un’ulteriore considerazione. La Rete è strumento e territorio allo stesso tempo, attrezzo del comunicare,del raccontare, e luogo di formazione di sensibilità, culture e comunità. Terra Comune che, per eccellenza, si fonda sulla condivisione e la cooperazione. Noi vogliamo che rimanga tale, anzi potenziarne sempre di più questa straordinaria caratteristica.

LR: Avete sempre parlato schiettamente e controcorrente di nodi spinosi (l’omicidio Biagi, la strage di Nassirya, la pedofilia ecc.). Qual è stato il feedback dei lettori in questi casi?

WM2.Molto vario, com'era da aspettarsi. Dal plauso allo sdegno, dal vaffanculo all'evviva. In tanti hanno contestato tempi, modi e toni. Il problema, con certi argomenti, è che la voce fuori dal coro riesce a farsi sentire solo se stecca. Pretendere di far passare certi contenuti, continuando a cantare una melodia orecchiabile, è abbastanza demenziale. Poi verrà il tempo della valutazione ponderata e della misura. Il tempo di un satanista assetato di sangue e fanciulli assolto perché il fatto non sussiste e il tempo, anche, di ammettere le proprie sbandate. Le 'ritrattazioni del giorno dopo' le abbiamo sempre lasciate a chi ama il lifting e la chirurgia plastica.

WM3.Senza dubbio parlare chiaro ci ha guadagnato non pochi nemici. Tuttavia è vero anche il contrario, e questo basta e avanza a spazzare via qualsiasi eventuale perplessità. Chi legge Wu Ming sa che si troverà sempre di fronte a prese di posizione autentiche, sintesi ed elaborazione autonoma del pensiero del collettivo. Nessuna convenienza, nessuno sconto. Il feedback è sempre molto elevato, la qualità dei dibattiti che ne scaturiscono sempre sorprendente per livello delle argomentazioni e civiltà di espressione anche delle perplessità o del dissenso. Da ognuna delle “polemiche” che ci hanno visti protagonisti siamo usciti più solidi, più ricchi. Trattare i lettori come dei minorati è il modo per cominciare a scavarsi la fossa. Non siamo polemisti di professione, tuttologi della provocazione: quando riteniamo che sia giusto, civile, doveroso intervenire, lo facciamo. Altrimenti taciamo.

LR: Sui trucchi della scrittura collettiva: molti si chiederanno come diavolo funziona un brainstorming letterario, un processo di creazione che ha l’aria di essere molto complicato. Ne avete parlato altrove, vi va di accennare qualcosa?

WM2.E' complicato da descrivere, ma un gruppo affiatato non fa mai fatica a trovare il suo metodo. La creazione collettiva è un processo assolutamente naturale, sepolto sotto i cascami di un'educazione che ci allena fin da piccoli a produrre da soli (il tema in classe, il disegno, l'interrogazione…).
Nel nostro caso si parte da interessi e suggestioni molto ampie. Personaggi, ambientazioni. Per un po’ si parla di tutto e di niente, ma pian piano affiora uno spunto comune. Allora lo si mette da parte e lo si approfondisce, per capire fin dove arriva la vena. Se il giacimento è promettente, si può provare a delineare una storia, un piccolo soggetto, un embrione di scaletta. Se convince tutti, si parte col lavoro più dettagliato, procedendo per blocchi narrativi, fino a definire cosa deve accadere nei primi tot capitoli. A quel punto se ne prende una manciata e ci si ragiona sopra come se fossero scene di un film: ambiente, azioni, pensieri, personaggi. Quindi ci si suddivide il lavoro: a ciascuno un capitolo, facendo in modo che non sia sempre la stessa persona a muovere lo stesso personaggio. Finito il compito a casa, ognuno spedisce il risultato agli altri, che leggono e commentano. Alla riunione successiva si legge ad alta voce – un passaggio fondamentale per dare ritmo alla pagina scritta. Chi ha osservazioni le propone, si discute, spesso il capitolo finisce nelle mani di qualcuno che non l’ha scritto ma ha buone idee su come rimaneggiarlo. E via così per una ventina di capitoli. A quel punto si rilegge tutto, si limano i singoli aggettivi, le virgole e i due punti e si mette il malloppo in frigo, in attesa delle ultime, decisive riscritture.

LR: Potrà sembrare strano, ma di romanzi collettivi a “10 mani” ne avete costruiti solo un paio (Q e 54 ndr). Leggendoli non è certo difficile capirne perché, data la cura quasi maniacale che ponete nelle vostre opere. Ma a quando la prossima puntata ? Nell’attesa, avete consigli per gli acquisti (o per l’appropriazione “indebita”…) in libreria?

WM2.In realtà quello che stiamo scrivendo è il primo romanzo a dieci mani del collettivo. Q e 54 sono scritti senza Wu Ming 5, mentre ‘Asce di Guerra’ è a dieci mani ma due sono di Vitaliano Ravagli, che non fa parte dell’organico ufficiale.
La prossima puntata dovrebbe uscire nei primi mesi del 2007. Si svolge tra Londra e l’America, ai tempi della guerra d’Indipendenza, nel 1776 e giù di lì. E’ un’indagine narrativa sul mito delle origini degli Stati Uniti, croce e delizia dell’Occidente. Su cosa è andato storto e cosa, invece, avrebbe potuto funzionare. Potenzialità interrotte e storie dimenticate. E’ senz’altro il romanzo più complesso che abbiamo mai scritto, se non altro perché le fonti sono migliaia, in rete c’è qualsiasi cosa, bisogna lottare duro per concedere centimetri all’invenzione letteraria senza sganciarla dalla realtà storica. Ci saprete dire se ne è valsa la pena.
Quanto ai consigli di lettura, vi rimando a Nandropausa, il nostro bollettino semestrale di recensioni. Dovreste trovarlo sul sito prima di Natale. Per il momento, visto che è l’ultimo libro letto ed è fresco di uscita, suggerisco di buttarvi su ‘Città Perfetta’ di Guglielmo Pispisa. Trovate tutte le recensioni del caso su www.iquindici.org.

LR: Un altro aspetto importante e innovativo è quello del percorso delle vostre opere: non succede mai che il giorno dell' uscita coincida con un abbandono al mercato, vi siete sempre impegnati nel farle vivere nei modi più svariati, per mesi, se non addirittura anni. (penso ad esempio al progetto del film, di cui siete sceneggiatori, ma anche a progetti musicali come quello che avete portato in giro con yo yo mundi per "54").

WM4. Chi ha detto che l'attività di un narratore si conclude con la parola "fine" sull'ultima pagina? Spendere anni a scrivere un romanzo, consegnarlo al tipografo e poi fregarsene sarebbe una dimostrazione di snobismo verso il prossimo e di disamore per il nostro stesso lavoro. L'autore ha il dovere di rimanere ricettivo nei confronti dei lettori. In fondo non ce lo ordina il dottore di pubblicare un libro, cioè di rendere pubblico quello che scriviamo. Se scegliamo di farlo accettiamo di sottoporci al giudizio critico e al dibattito. Un testo non è lettera morta, ma un cosa viva, che diviene e si trasforma grazie alla condivisione con gli altri. Per quanto ci riguarda, quando esce un nostro libro, collettivo o solista che sia, cerchiamo sempre di fare il maggior numero di presentazioni possibile. Abbiamo fatto tour anche di 40-50 date. Non è soltanto promozione, è anche un modo per incontrare faccia a faccia i lettori e ricevere commenti critici, utili al nostro lavoro. Lo stesso scambio avviene anche via internet, tramite il nostro sito. Essendo in cinque cerchiamo di rispondere a tutti quelli che ci scrivono, nei limiti delle nostre possibilità. Tutto questo è fondamentale per capire se la direzione che abbiamo intrapreso è quella giusta, cosa gli altri hanno trovato nel nostro libro, chiarirci le idee, etc... Questo discorso vale anche per film e spettacoli teatrali. Insieme agli Yo Yo Mundi abbiamo portato in giro lo spettacolo musicale tratto dal nostro romanzo "54". Insieme a Guido Chiesa siamo andati a presentare "Lavorare con lentezza" nelle sale cinematografiche. Fa tutto parte dell'attività che abbiamo scelto di svolgere, che non è soltanto quella degli scrittori in senso stretto, ma dei narratori, in un senso molto più vasto. Il nostro prototipo ideale restano i cantastorie di strada.

LR: Sulla coda dell'appena concluso Festival del Cinema di Venezia, al quale partecipaste lo scorso anno, un'altra annosa questione è quella sulla salute del cinema italiano. Poche idee, spesso prodotte male, recitate peggio col risultato che bassissima è la percentuale di film che si salvano alla fine di una stagione. Vi è piaciuto trovarvi dietro la macchina da presa? Un'esperienza che ripetereste e se sì, a che condizioni?

WM4. A scanso di equivoci è meglio precisare che non ci siamo trovati "dietro" la macchina da presa, perché quasi non sapremmo distinguerlo dal davanti. Fare i registi non è il nostro mestiere. Insieme a Guido Chiesa abbiamo scritto il soggetto e la sceneggiatura di un film su Radio Alice che poi lui ha diretto. Durante le riprese abbiamo anche fatto delle piccole comparsate, travestiti da manifestanti nelle scene del corteo e prestando le voci alle telefonate che arrivano in radio. E' stata un'esperienza molto bella, sia dal lato umano sia da quello professionale, ma purtroppo è difficile che si ripeta. I motivi sono quelli che tutti sanno: il cinema italiano rispecchia in pieno lo stato terminale in cui langue questo paese. Non ci sono soldi e quei pochi che restano spesso e volentieri vengono spesi male. A noi piacciono le storie potenti, di ampio respiro, tutt'altro che accomodanti, che facciano vedere le cose da una prospettiva diversa dal solito. Il cinema italiano tende a fare l'opposto. Piccole storie minime che azzardano poco e, nella migliore delle ipotesi, tentano di smuovere i buoni sentimenti. Nel frattempo il paese affonda e il mondo ci crolla addosso. Ma tant'è, i figli d'arte del cinema italiano ci raccontano di un altro pianeta, poco più grande di un appartamento romano. E' chiaro che le eccezioni non mancano, vedi il recente Romanzo Criminale di Michele Placido, che sceglie uno dei migliori romanzi italiani degli ultimi anni per trarne un film potente e "contundente". Questi casi isolati dimostrano che, volendo, le idee e le forze per realizzare dei bei film ci sarebbero. Servono voglia di fare, coraggio e serietà. Le uniche condizioni per lavorare bene.


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