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RECENSIONI CD ![]()
The Mars Volta - De loused in the comatorium (Universal - 2003)
di Giorgio È destino dei gruppi migliori partire da scene musicali collaudate e“alla moda” per poi affrancarsene. Già i Radiohead in Inghilterra hanno mosso i primi passi, a metà anni novanta, nell’ambito del calderone “British-Pop”. Col successo di “Ok Computer” sono divenuti essi stessi punto di riferimento per fenomeni di largo consumo quali i vari Travis, Coldplay, Muse, ecc..
Intelligentemente hanno evitato di ripetersi destabilizzando la “scena” con le sperimentazioni di “Kid A” e “Amnesiac” per arrivare alla sintesi elettro-acustica di “Hail To The Thief”.
Tutto questo per dire che Omar Rodriguez-Lopez e Cedric Bixler-Zavala (rispettivamente chitarrista e cantante dei Mars Volta) devono aver avuto presente l’esempio dei cinque studenti di Oxford se in maniera del tutto inaspettata hanno interrotto l’esperienza At The Drive-in proprio nel momento di massima esposizione mediatica. Nel 2001 erano ritenuti la punta di diamante del cosiddetto movimento “Emo-core” americano, godevano dell’appoggio incondizionato della stampa specializzata, avevano pubblicato il loro terzo disco “Relatioship Of Command” per la Grand Royal (etichetta dei Beastie Boys) con la produzione del padrino del Nu-Metal Ross Robinson e la partecipazione di Iggy Pop, avevano inoltre video in rotazione persino su Mtv-Italia e un tour di successo in corso. E cosa combinano? Decidono di sciogliersi. Di lì in poi una ridda di voci sul collasso del gruppo, impreparato o troppo “idealista” per sopportare così tante pressioni.
Gli At The Drive-in in realtà si spezzano in due tronconi, tre proseguono con l’Emo del progetto Sparta, gli altri due, Rodriguez-Lopez e Bixler-Zavala, danno vita ai Mars Volta.
Ascoltando il loro debutto “De-loused In The Comatorium” la situazione si chiarisce, probabilmente il successo degli At The Drive-in è stato utilizzato come trampolino di lancio per qualcosa di più ambizioso.
Il disco è distribuito dalla Universal, prodotto da Rick Rubin e vanta la partecipazione, per le parti di basso, di Flea dei Red Hot Chili Peppers (di cui i Mars Volta sono stati gruppo spalla in diversi concerti negli Stati Uniti) ma ciò che stupisce veramente è la musica.
Dimenticate le strutture canoniche dei pezzi del precedente gruppo; l’assalto sonico alla RATM e l’approccio Emo (Hard-core con aperture cantabili) non sono più gli unici elementi distintivi nell’ascolto. In pratica i Mars Volta attingono liberamente all’archivio del rock anni settanta con l’energia e i mezzi tecnici di una band del 2003. In questa prospettiva si può parlare quasi di Post –Rock in chiave massimalista (non più pochi elementi del passato elaborati e dilatati il più possibile ma il maggior numero d’influenze in strutture piuttosto complesse, quasi progressive).
Immaginate sussulti punk, dinamiche zeppeliniane, ritmiche jazzate, assoli tra il free e il latin-rock, frammenti di psichedelia alla Pink Floyd, inserti d’elettronica d’ambiente, il tutto armonizzato da una voce che richiama allo stesso tempo Robert Plant e Thom Yorke. Descritta con tali paragoni si potrebbe pensare a questa musica come appartenente ai territori di deriva citazionista cari a Mike Patton (Fantomas, Mr.Bungle). La differenza è nel fatto che le influenze sono percepibili ma sentite come basi di partenza per creare qualcosa di personale ed originale e non sono rielaborate con intenti parodistici o dissacratori (eventuali detrattori dei Mars Volta potrebbero sostenere, non completamente a torto, che si prendono troppo sul serio). Per quanto riguarda i brani, sono quasi tutti oltre i sei minuti di lunghezza (“Cicatriz” raggiunge i dodici) e rispetto alle pallosissime suite progressive presentano strutture più anarchiche ed imprevedibili, tra gli altri possiamo segnalare “Roulette Dares (The Haunt Of)” , “Drunkship Of Lanterns” e “Televators”.
Insomma la parola d’ordine di “De-loused In The Comatory” è destabilizzare ed i Mars Volta ci sembrano quasi un gruppo di fricchettoni-anarchici devoti degli MC5 alle prese con gli spartiti dei Dream Theatre. Forse hanno troppe pretese e la loro musica appare come un labirinto di suoni e riferimenti stilistici e come tale rischia ad un primo ascolto di generare un leggero senso di disorientamento ma sicuramente non deluderanno chi è alla ricerca di nuove soluzioni e forme per la musica rock.
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